Se non avessimo accettato nel corso delle generazioni di vedere soffocare gli animali nei vagoni bestiame, o spezzarvisi le zampe come succede a tante mucche e cavalli mandati al mattatoio in condizioni infernali, nessuno, neppure i soldati addetti alla scorta avrebbero sopportato i vagoni piombati negli anni ’40 – ’45.
Margherite Yourcenair

"Essere o non essere”
“L’uomo e la bestia”


“Essere o non essere”

E’ interessante notare come, nel corso della storia, gli esseri umani abbiano speso così tanto tempo, energie e parole per distinguersi dagli animali. Lo sforzo nel sancire questa netta superiorità rispetto agli animali e al contesto della Natura in generale, è stato ed è, paradossalmente, direttamente proporzionale al grado di civiltà che avanza. Ma, ahimé … conosciamo bene quali immani tragedie abbia innescato il cieco orgoglio umano. L’uomo confonde spesso le differenze qualitative per quantitative; questo lo induce a creare false credenze, che abilmente manipolate giustificano lo sfruttamento e l’annientamento di altri esseri, siano essi suoi simili o no …
La concezione utilitaristica del mondo - e al punto in cui siamo oserei dire dell’universo - ha origini lontane e affonda le sue radici nella rabbiosa ignoranza intrinseca alla condizione umana ogni qualvolta ci stacchiamo dal concetto di Unità e reciprocità. L’insicurezza e l’annichilimento dell’individuo che deriva da una sconnessione dalle fondamenta stesse della vita, avvia un processo di separazione dall’altro, desensibilizzazione e irrigidimento che si manifesta in un senso di superiorità che ci garantisce di nuovo uno status. Se utilizzo la diversità (di ogni genere) dell’altro per trasformarla in inferiorità, posso differenziarmi quantitativamente per intelligenza, abilità, evoluzione, etc; in questo erigermi al di sopra di ciò posso finalmente ESSERE.
In realtà è un concetto fallace, perché necessita che continuamente privi l’altro (indipendentemente che sia un essere umano, animale, albero, o un intero popolo) di ogni valore e virtù, nonché del diritto alla vita. Ogni senso di superiorità si nutre di un occulto complesso di inferiorità. La storia dell’uomo è costellata di eventi che riportano questa dinamica e continuiamo a vederlo tutt’oggi, sul piano politico, sociale, economico e culturale, ma l’aspetto più grave è che lo perpetriamo noi tutti, inconsciamente e maldestramente, nei confronti del pianeta e del mondo della Natura; il rapporto con gli animali è solo l’aspetto macroscopico di ciò. Il risultato di questo atteggiamento reiterato e scellerato è, non solo l’ineluttabile distruzione del pianeta, ma il totale impoverimento e disfacimento del vero potenziale umano; in ogni nostra negazione all’altrui dignità e diritto alla vita, c’è una palese ammissione di inferiorità e meschinità, oltre al tradimento del nostro compito evolutivo come esseri umani.
Riconoscere la dignità e la Sacralità del mondo naturale significa, quindi, non solo tutelare l’ambiente che garantisce la nostra sopravvivenza, ma andare oltre i preconcetti, per risolvere la prova della Conoscenza sul piano dell’esperienza; la relazione con gli animali nasconde una chiave preziosa di comprensione di noi stessi e del raffinato progetto evolutivo di cui l’essere umano è solo il riassunto (e non risultato) finale, ma del quale rischia di diventare l’epitaffio …


“L’uomo e la bestia”

Noi parliamo, ragioniamo, immaginiamo, prevediamo, piangiamo, ridiamo. Loro, apparentemente, no. L’incessante ribadire l’abisso invalicabile, esistente fra gli esseri umani e gli animali, suggerisce che esso debba soddisfare qualche bisogno. Perché l'uomo definisce così frequentemente se stesso distinguendosi dagli animali, se all’atto pratico non utilizza pienamente quelle virtù di cui si ritiene assoluto detentore?
Gli esseri umani hanno sempre esaltato certi sentimenti "superiori" che ci distinguerebbero da loro. Soltanto l'uomo, si dice, prova emozioni nobili come la compassione, il vero amore, l'altruismo, la pietà, la clemenza, mentre si sono spesso attribuite agli animali emozioni negative e "basse", come la crudeltà, l'avidità, la rabbia e l'odio. Pare che sia in gioco un'offesa apparentemente intollerabile al nostro senso di unicità, al nostro titolo, alla speciale nobiltà della nostra attività mentale ed emotiva (1). Gli uomini si definiscono superiori agli animali (o simili ad essi quando fa comodo o è divertente), per mantenersi dominanti rispetto a loro, e per continuare a beneficiare di una vasta serie di vantaggi derivanti dallo sfruttamento di un mondo naturale che sembra appositamente studiato per soddisfare ogni bisogno e sollazzo, alla stregua di un supermercato o un parco giochi; tutto perde dignità e diritto alla vita, o nella migliore delle ipotesi lo è relativamente al nostro tornaconto. Si sono addirittura coniate credenze riguardo la loro presunta mancanza di emozioni a supporto e giustificazione di atti di crudeltà inaudita verso di essi. Questa sconsiderata cecità è stata così assoluta che per molto tempo si sono considerati anche incapaci di sentire dolore, fisico ed emotivo, come del resto erano considerati i neonati fino a qualche decennio fa (2) …  In realtà l'unico criterio che l'animale non soddisfa per dimostrare che prova dolore come l'uomo è la capacità di esprimere la sofferenza a parole e lacrime, così come noi la concepiamo.
Complice di questo atteggiamento superficiale e limitato di negazione è stato il desiderio smodato di una parte della scienza di evitare l’antropomorfismo (assegnazione di caratteri umani, pensiero, emozioni, coscienza, al mondo non umano). Tale motivazione può essere sensata, ma solo in parte. Ammettendo, infatti, che spesso le modalità di espressione, comunicazione e quindi di comportamento, difficilmente possono essere riconducibili a quelle umane, (o almeno quando ci allontaniamo dai primati o in generale dai mammiferi evoluti predatori), rimane il fatto che, comunque, le emozioni – paura, amore, rabbia, preoccupazione, incertezza, disperazione, etc … - che motivano ogni specifico atteggiamento sono le medesime, come esseri viventi dello stesso pianeta e quindi tutti sottoposti alle stesse leggi che ogni creatura metterà in atto secondo il proprio status, codice e grado di coscienza.
In un intervista Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna, alla domanda se anche gli animali siano consapevoli, con il tono passionale e affascinante che lo distingue, rispose: “Nessuna persona seria dovrebbe dubitare di questo. Sono pienamente convinto, dico pienamente, che gli animali hanno una coscienza. L’uomo non è il solo ad avere una vita interiore soggettiva”. E aggiunse che l’uomo è troppo presuntuoso, troppo preso di sé. Naturalmente, disse ancora il grande scienziato, il fatto che gli animali abbiano una coscienza “solleva dei problemi”. Forse l’uomo ha paura di fare altri passi in questa logica: riconoscendo una vita interiore agli animali, sarebbe costretto a inorridire per il modo con cui li tratta (3).
Persino i più accaniti oppositori dell'antropomorfismo ammettono che le similitudini con la psiche umana sono più riscontrabili del previsto nel comportamento degli animali, anche se tuttavia per comprenderle, dobbiamo sforzarci di immedesimarci in condizioni di vita estranee al nostro mondo.
Il vizio capitale comune a molte fra le critiche all'antropomorfismo è in realtà l'antropocentrismo, retaggio inconscio e incontrastato di una distorta interpretazione religiosa del mondo e della sua creazione. La collocazione dell'uomo, in posizione dominante, al centro di ogni interpretazione, osservazione e interesse ha condotto ad alcuni fra i peggiori errori nella scienza, in astronomia come in psicologia o in etologia.
Così la distinzione fra “l'uomo e la bestia” è servita a sancire la posizione superiore dell'uomo, posizione che ultimamente si fa sempre più vacillante rispetto al pianeta stesso e ha alienato l’Uomo non solo dalla Natura, ma anche da se stesso e dalla vita intrinseca … Nessun elemento dell’Universo, compresi noi stessi, può essere afferrato nel suo significato ultimo se non in riferimento a ciò che ci circonda, quel Tutto che a sua volta si ricompone nell’Unità e che “dovrebbe” trovare nella condizione umana solo la sua conclusiva testimonianza.


(1) Jeffrey M. Masson e Susan McCarthy “Quando gli elefanti piangono” Baldini&Castaldi, 1995
(2) Ibid
(3) Verrecchia Anacleto, La Stampa, 8 settembre 1986




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